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La mia mamma non mi riconosce più
Di Admin (del 07/01/2007 @ 21:48:27, in Terzi, linkato 14100 volte)

La prima volta che è successo credevo scherzasse: ”Ma tu chi sei?”, ha chiesto.

di Federico Roncoroni*

Leonardo, Profilo deforme di vecchia, Kunsthalle, Amburgo



Da qualche tempo la mia mamma non mi riconosce più. Mi sorride, mi parla e mi risponde, ma non sa chi io sia e non sa neanche chi lei sia per me. Lo so bene: è una cosa che è capitata e capita a molti che hanno a che fare con una persona cara molto anziana. Ma ne parlo, vincendo una sorta di pudore, proprio perché non è un fatto solo privato o da tenere nascosto: è un fatto che riguarda tutti e, come spesso succede in questi casi, parlarne, e sentirne parlare, fa bene. 
La prima volta che è successo, credevo scherzasse. Eravamo insieme da una mezz’ora e come capitava ormai da mesi mi stava leggendo per la decima volta un titolo della “Provincia”. A un certo punto si è fermata, ha posato il giornale e guardandomi con il suo bel sorriso di vecchia - gli occhi grandi, un po’ appannati, le labbra sottili, quasi curve sulle gengive - mi ha chiesto: “Ma tu chi sei?”. “Come chi sono?, le ho risposto io. “Sono il Fede”. “Ha, si, il mio Fede”.”Ma sai chi sono?”. “Il mio Fede”. “Si, mamma, ma chi sono per te?”. Solo dopo numerose spiegazioni sono riuscito a farle capire che lei era la mia mamma e, di conseguenza, io, il suo Fede, ero suo figlio. “Tuo figlio Federico”. “Oh, il mio Fede! Sai, il mio papà si chiamava Federico. Io, quando ero bambina, gli dicevo sempre:”Se mi sposo e ho un figlio, lo chiamo Federico. Poi, quando ti aspettavo, tutti volevano sapere come ti chiamavo se eri un maschio: io ero sicura che eri un maschio. Ma io me ne sono sempre stata zitta. Forse l’altro nonno, come si chiama…” “Nonno Salvatore”. “Ah, si. Lui forse credeva che ti chiamavo come lui e quando sei nato e mi hanno chiesto come volevo chiamarti, ho detto “Federico” e tutti sono rimasti lì. Ho fatto bene?”. “Hai fatto benissimo”. “E poi una volta non erano tanti quelli che si chiamavano Federico”.”Si, è vero, eravamo in pochi”. “Ti piace Federico?.”Si, mi piace tanto”. “E’ un bel nome Federico. Il mio papà si chiamava Federico e quando…”
Basta prenderle una mano e stringergliela con tutto l’affetto possibile e per un po’ il sinistro meccanismo della ripetitività si interrompe, per lasciare spazio a un’altra serie che ritorna sempre uguale, ogni volta, ogni sera: “Hai fame? Vuoi qualcosa? Non ho tanto da darti, ma se hai fame…” e fa il gesto di alzarsi per andare verso il frigorifero. “Vuoi un po’ di vino?”, mi domanda poi indicando la bottiglia del chinotto, che ormai chiama e considera vino. Se accetto, prendo un bicchiere e me lo riempio.”Te, è troppo, ti ubriachi!”, mi dice, e nel timore che ne beva un altro prende la bottiglia e, trascinandosi sulle ciabatte, va riporla in un angolo della cucina. “Grazie che sei venuto a trovarmi. Io ti do del tu, ma se ti dà fastidio, se non vuoi, dimmelo…”.”Mamma, ma sai chi sono?”. “Si, sei il Gigi…”
Tutto questo, si sa, ha un nome che si conosce da sempre, vecchiaia, e un nome più moderno, Alzheimer, che vuol dire progressivo decadimento cognitivo. Quello della mia mamma è un Alzheimer dolce e tranquillo, di quelli che Dio manda ai suoi fedeli più cari per alleviare loro la pena di sopravvivere alla loro vita vera. Un Alzheimer dolce e tranquillo: da donna attenta e precisa, attenta a tutto e precisa in tutto, che è sempre stata, è caduta in breve tempo in una sorta di disincanto, in uno stato di sereno oblio o, per lo meno, di un oblio che pare sereno. Soffre, ma “soffre” è un termine sbagliato, perché in realtà non sembra soffrire, soffre di “ingravescenti disturbi a carico della funzione mestica” (cioè non ricorda ciò che le hanno appena detto o ha appena fatto), “prospettica” (non ricorda o confonde le piccole scadenze della giornata), e “autobiografica” (confonde ricordi significativi della propria esistenza e non riconosce le persone, che sono poi i suoi figli e i suoi nipoti). Ha, dice ancora il referto medico che, nella sua genericità e nella sua astrattezza, è così vero e realistico da sembrare il suo ritratto preciso, ha dei “deficit prassici” (non sa dove trovare gli oggetti, non sa più come si prepara da mangiare), “linguistici” (persevera sempre nelle stesse considerazioni e osservazioni: “Oggi è bello, ma fa freddo, ma è il suo tempo. Poi diciamo che fa caldo. Non siamo mai contenti…”; “Al tempo non comanda nessuno”), “attentivi” (ha tempi di concentrazione brevissimi, e si distrae subito: se va trovarla qualcuno, dopo un paio di minuti si alza e va in un’altra stanza). Soffre di disorientamento sia spaziale (appena fuori delle sue quattro mura, non sa dove si trova) sia temporale (non sa che giorno della settimana sia e, tanto meno, in che anno viva) e soffre di “wandering” (vaga per la casa senza meta).
Ha la memoria presbite dei vecchi: non ricorda se e cosa ha mangiato un’ora prima, ma ha memoria, una memoria sfocata e confusa, di episodi della sua infanzia e della sua adolescenza che racconta, sempre identici, attualizzandoli, cioè inserendovi anche noi, come se li avessimo vissuti con lei.
Ha rielaborato tutti i lutti che hanno costellato la sua vita e che l’hanno lasciata sola, senza più nessuno dei membri della sua grande famiglia d’origine, quasi fosse l’ultimo albero rimasto di una vasta foresta scomparsa. Ha dimenticato tutti quei morti?. Il padre amatissimo, morto giovane, la madre, il fratello scomparso poco più che ventenne e tutti gli altri? No, non li ha dimenticati, solo che non ne parla più e se ne parla, come fa del padre e del fratello, ne parla come se fossero ancora vivi, a casa loro. Qualche volta, lamenta in dialetto, quella che fu la lingua dei loro rapporti quotidiani, la perdita del suo Geo: sessantadue anni di vita insieme qualche traccia l’hanno lasciata… Ha tanti problemi, insomma. Ma è sana: le sue “funzioni neurovegetative e fisiologiche”, cioè il mangiare, l’andare di corpo e il dormire, sono nella norma, ossia ”buoni in rapporto all’età” secondo la consueta formula medica. E’ del tutto autonoma. Sa rispondere al telefono: se sono i suoi figli, bene, se sono estranei, chiede loro di telefonare “più tardi”. E’ capace anche di telefonare ai suoi figli, di cui ha tutti i numeri scritti a caratteri cubitali su un foglio: telefona a ore fisse, (“Così non ti disturbo”). Le sue telefonate durano una quarantina di secondi, talvolta anche meno, e ubbidiscono a uno schema fisso: chiede le notizie sulla tua salute - quanto a sé dice sempre che sta bene, o per lo meno “come al solito” che per lei vuol dire bene -, parla del tempo, si scusa del disturbo (“Oggi non ti ho ancora telefonato vero?” “No, mamma, non ci siamo ancora sentiti” le rispondiamo noi, anche se è la terza volta di seguito che chiama: “Dico sempre che devo tenere qui un foglietto e segnare quando ti chiamo, ma poi mi dimentico…”. “Si scusa del disturbo (“Scusa se ti ho disturbato”) e ti saluta: “Ciao allora. Tanto ci sentiamo ancora, vero?”. E’ raro che telefoni fuori orario, a metà mattina o durante il pomeriggio: “Ero qui vicina al telefono, e mi è venuta voglia di sentirti…”. Negli ultimi tempi queste telefonate, più da innamorata che da mamma, si sono fatte più frequenti. Che senta più forte la solitudine o abbia in qualche modo consapevolezza della condizione in cui vive?
E’ sana autonoma e tranquilla. Soprattutto è, come dicevo, tranquilla e anche, a suo modo, allegra. Certo non è mai cupa: prende tutto, o sembra prendere tutto, con serenità. Con autoironica serenità commenta anche la sua condizione, quando, non so come, percepisce che qualcosa in lei si è inceppato: “Ah, la mia testa non è più quella di una volta. Non ricordo più le cose. Cuma l’è brutt diventà vecc. Una volta mi chiamavano la scavalcafoss, e adesso non sono neanche più buona di uscire”.
Non partecipa ai discorsi che noi fratelli facciamo, quando ci capita di incontrarci da lei: ci ascolta parlare per un po’, poi scuote la testa e ridendo ci dice “Mi capissi nient” e allora torniamo a occuparci solo di lei. La mia sorella più piccola ha cercato per lungo tempo, e talora ancora cerca, di coinvolgerla, spiegandole piano piano quello di cui stiamo parlando, ma è inutile: fondamentalmente non le interessa altro che di vedere i suoi figli e di sentirli parlare: non sempre ci riconosce e non sempre ci distingue, ma in qualche modo sente e sa che siamo noi. Ci guarda senza più l’ansia con cui ci guardava fino a qualche anno fa, quando eravamo “piccoli” e si preoccupava di tutto quello che ci riguardava. Adesso ci domanda solo se abbiamo mangiato, ci dice di lavorare poco (sì, proprio così) e di andare a letto presto: a me, in particolare, dice sempre: “Copriti, che fa freddo”. Alla fine quando ce ne andiamo, qualunque sia il tempo che siamo rimasti con lei, dice: “Scappi già? Sì, è tardi. Grazie che sei venuto a trovarmi. Ti aspetto sempre”. E’ vero: io a un certo punto “scappo”. Scappo quando mi ha ripetuto per l’ennesima volta la storia del mio nome o, peggio, quando in un improvviso buco di silenzio, sento venire dalla cucina il ticchettio dell’orologio elettrico a muro, quell’orologio che sentirò battere fino quando lei sarà ancora viva e la sua casa, nonostante tutto, esisterà e funzionerà, per ospitare le sue giornate.
E’ sana, autonoma e tranquilla. E non è mai cupa: talvolta ha dei guizzi gioiosi, quasi irriverenti, che portano a galla chissà quali momenti della sua infanzia, che non conosco, ma che certo fu serena, prima che i lutti e le disgrazie la facessero crescere anzi tempo: guizzi di quella natura fondamentalmente gioiosa con cui accompagnò, per lunghi tratti, la nostra, di infanzia.
E talvolta è anche curiosamente testarda e caparbia, come una bambina: di quella caparbietà e testardaggine con cui ha faticosamente lottato tutta la vita, per ottenere, non per sé ma per la sua famiglia, quello che riteneva giusto. Come un tempo, se dice non è no, anche se oggi le cose per cui si batte non sono più quelle di una volta, perché riguardano le inezie e le miserie di una vita senza più orizzonti.
E’ sana, autonoma e tranquilla e non è mai cupa. Che cosa desiderate di più? Che dire? Niente, perchè non c’è niente da dire, come non c’è niente da fare. Spesso ti fa spazientire e ti viene voglia di strozzarla, soprattutto quando ti ripete mille volte di fila i titoli della prima pagina del giornale o quando, arrivando, te la vedi, in pieno inverno, affacciata alla finestra, come se ti aspettasse, senza neanche sapere che arriverai. Ti viene voglia di gridare e di sgridarla, ma ti rendi subito conto che ciò che ti fa andare in bestia non è lei, ma la scoperta dell’abisso che ormai divide lei così come è adesso da quella che è stata e che, stupidamente, pensi che è ancora, e invece non è più.
Ti viene voglia di gridare e di sgridarla e qualche volta ti succede anche di farlo. Ma te ne penti subito, come di un atto di vigliaccheria che ti scava nel cuore un senso di colpa che ti porti dietro tutto il giorno, fino a che non le telefoni, e ti rendi conto che lei ha dimenticato tutto, come sempre, e che ti tratta con la dolce evanescenza di sempre.
Viene voglia di gridare e di sgridarla, ma poi guardarla negli occhi, che non ti sei mai accorto che fossero così azzurri e così belli come adesso che sono velati da una nebbiolina sottile, scopri che, anche se non lo sembra più, è sempre quella mamma coraggiosa che ti ha sempre difeso contro tutto e contro tutti, che ti ha curato e guarito, che ti ha aiutato tante volte, che ti ha regalato quella tal cosa che tanto desideravi, che ti ha fatto studiare, che ha sempre trovato il modo di darti i soldi di cui potevi avere bisogno a Pavia, dove ti aveva mandato a studiare.
E poi, alla fine, scopri che ti fa solo tenerezza, perché è tranquilla e vuole solo essere elegante, ben vestita e ben pettinata, per sentirsi in ordine quando arrivano i suoi figli che aspetta sempre e che poi, quando arrivano non riconosce più.
Qualche sera fa, mentre ero da lei a farle compagnia tra la fine del “turno di guardia” di una delle mie sorelle e l’arrivo della badante che la traghetta fino al mattino quando torna sotto la benevola protezione dell’altra mia sorella, a un certo punto si è alzata dal divano dove mi stava leggendo, a suo modo, il giornale ed è andata in cucina. E’ squillato il telefono e mi sono distratto a rispondere per un paio di minuti. Quando l’ho raggiunta in cucina aveva apparecchiato per due: due tovagliette, i tovaglioli, i piatti, le posate e i bicchieri. Mancavano le pietanze, e il gas era spento, senza le padelle e i padellini di un tempo, ma tutto era perfettamente a posto. L’ho guardata sorpreso. Mi ha detto: ”Adesso arriva il babbo, e gli piace trovare pronto”.

*Federico Roncoroni, consulente editoriale e responsabile di varie collane, ha pubblicato saggi su poeti e narratori dell’Ottocento e Novecento e numerosi libri per la scuola, tra cui “Testo e contesto” e una grammatica dell’italiano che è usata in tutto il mondo. Ha pubblicato vari saggi su D’Annunzio e lezioni commentate dell’Alcyone e del Piacere. Si è occupato in particolare di Piero Chiara e Carlo Emilio Gadda di cui ha pubblicato molti inediti.